Qui puoi leggere cosa pensa la mia parte buona (di conseguenza lato oscuro e pazzo differiranno un pò) a proposito di religione, scopo della vita e altre cose filosofiche.
Premetto che detti in poche righe tali concetti potrebbero apparire superficiali o bizzarri ma in realtà dietro ci sono tante riflessioni fatte sui mezzi pubblici, prima di andare a dormire, durante una momento di inattività e in tutte quelle occasioni in cui la mente è libera di vagare dimentica dei propri doveri.
Religione
Innazi tutto la religione, una cosa che, pur manifestandosi in modo diverso, tutti comunque possiedono.
Io ho una base cattolica sviluppatasi con gli anni passati all'oratorio estivo e durante le elementari dalle suore.
Da tale religione mi sono però parzialmente allontanato creando un mio personalissimo senso religoso.
Ritengo ancora che la vita sia un dono ma non mi espongo troppo sull'identità dell'entità che tale dono ci ha fatto.
Mi preoccupo decisamente di più su quale sia il modo migliore di sfruttare tale dono (vedi sezione senso della vita).
Non avendo poi grandi metodi per dimostrare che la mia idea sia giusta o meno non pretendo assolutamente che gli altri la pensino come me.
Non tollero tuttavia nemmeno chi ha la presunzione di sostenere che la sua religione sia la sola vera.
A questo aggiungo una riflessione che mi ha fatto per primo dubitare della correttezza delle religioni ufficiali.
Ipotizziamo che la persona X viva in Italia e da bravo cattolico segua tutti i dettami con fede. X, se la sua religione è quella corretta, meriterà la salvezza.
Ora prendiamo il signor Y che vive su un isola sconosciuta e non può essere raggiunto dal cristianesimo, che fine fa? Con che criterio si salva o meno? E se la sua è una tribù di cannibali e per lui non c'è niente di sbagliato nel mangiare le persone?
Alcuni in proposito hanno ipotizzato allora che l'aldilà è solo quello che ci aspettiamo: X vedrà quindi gli angioletti mentre Y le cosce umane arrosto.
Su quest'ultima ipotesi io non mi espongo più di tanto anche se l'idea del paradiso personalizzato mi alletta e non la escludo come non ho la facoltà di escludere totalmente nessuna religione.
In definitiva credo che, se il senso religioso è in noi, è giusto seguirlo.
Ritenendo però il nostro credo una cosa strettamente legata a come siamo nell'intimo, dobbiamo avere le orecchie sufficientemente fini per sentire questa religiosità inconscia senza farci confondere da altri che hanno inevitabilmente una religiosità diversa.
Non è comunque sbagliato essere anche a conoscenza delle altre religioni che sono appunto in grado di affinare la nostra sensibilità e offrono panoramiche stimolanti su quale possa essere la verità.
Anche aderire ad una religione ufficiale può poi essere la scelta giusta per un individuo a prescindere che tale religione possegga veramente la verità. La condizione per la bontà di tale scelta è però che sia frutto soltanto della nostra (e soltanto nostra) sincera volontà di aderire ad una certa religione.
Senso della vita e obbiettivi
Il senso della vita è un problema spinoso in cui ci si imbatte svariate volte e a cui si possono dare risposte diverse nell'arco della propria esistenza.
L'emergere di tale quesito segue spesso momenti in cui cadono alcune delle nostre certezze.
Tale situazione può essere causata infatti dalla separazione da una persona cara oppure dal sopraggiungere di una nuova fase di vita (infanzia/adolescenza/età adulta/vecchiaia) e in tutte quelle occasioni in cui incappiamo in dei cambi considerevoli e improvvisi delle nostre abitudini.
A seguito di tali situazioni possiamo trovarci smarriti e impauriti e finiamo per chiederci da dove veniamo, dove andremo e perchè; in altre parole finiamo per domandarci il senso della nostra vita.
Cosa rispondere a tali domande? Forse è meglio non rispondere oppure trovare delle risposte comode. Un'altra soluzione facile può essere rivolgersi a qualche fonte (religiosa o laica) che risponda al nostro posto.
A proposito io, come già per la religione, penso che la cosa migliore sia trovare una risposta che ci soddisfi e che riduca le nostre inquietudini indipendentemente dall' origine di tale risposta.
Nel mio caso ho trovato che paragonare la vita a un dono di chicchesia e agire di conseguenza è la cosa migliore.
In proposito, qual'è il modo migliore per valorizzare un dono? Usarlo il più possibile, conoscerlo in tutti i particolari e adoperarsi in tutte le cure necessarie affinchè non si rompa.
Allo stesso modo dobbiamo prendere la nostra esistenza: goderne il più possibile, esplorarla in tutti i suoi aspetti ed evitare di romperla prematuramente.
Ecco che allora anche le brutte esperienze sono comunque esperienze e come tali vanno in qualche modo valorizzate (non c'è rosa senza spine).
Per lo stesso motivo è giusto lasciarsi andare ad alcuni piaceri finchè tali piaceri non mettono a rischio l'esistenza.
Con l'obbiettivo di godersi la vita come si può però giustificare il lavoro e lo studio o altri doveri che ci possono apparire noiosi ma inevitabili?
Secondo me la cosa migliore è considerarli dei sacrifici che possono dare più valore al resto.
Spesso si dice anche che è l'attesa di una cosa a renderla speciale oppure che le cose veramente belle sono quelle che ci siamo conquistati.
Visto perciò che tanto alcuni doveri sono inevitabili, tanto vale pensarla così e godersi il nostro dono.
Oltre a questo penso che vivere e far vivere sia anche un dovere nei confronti di chi ci ha preceduto e che ci seguirà.
E' infatti in nostro potere trasmettere il dono della vita ad altri attraverso la procreazione.
Non dobbiamo poi dimenticare che l'evoluzione (non solo genetica ma anche culturale) va costantemente avanti.
Aver vissuto e aver permesso di vivere può perciò essere già un grande risultato se si pensa che la nostra piccola esistenza è stato un passo necessario verso il cammino enormemente lungo dell'evoluzione.
Noi forse oggi non capiamo certe cose ma nessuno può escludere che nel futuro si possano raggiungere traguardi inimmaginabili arrivando a comprendere anche verità che per ora appaiono divine (che l'apocalisse umana non sia altro che la nascita di una specie a noi intellettivamente superiore?)
Non bisogna credere di essere insignificanti; ciascuno di noi ha influenzato in qualche maniera il futuro di chi ci seguirà!
Morte
Sulla morte non vorrei dilungarmi troppo: esiste ed è inevitabile; ma per chi è più dolorosa, per chi muore o per chi vive?
Secondo me per chi vive, perchè quando muori muori e l'evento in se dura poco.
Siamo noi che viviamo enfatizziando e esasperando questa realtà e ci lasciamo condizionare.
A essere negativi al massimo possiamo pensare che in realtà moriamo un pò ogni giorno (cellule che decadono e perdita di ricordi) e allora la vita cosa diventa? L'avvicinarsi costante della nostra dipartita?
Se a qualcuno va bene di pensarla così faccia pure.
In realtà però le cellule morte sono rimpiazzate da delle nuove e i ricordi sostituiti da altre esperienze.
Io quindi preferisco credere che la morte sia necessaria per come è strutturata la nostra realtà.
Ipotizziamo che la morte non esista in questo mondo, forse noi esisteremmo? Penso che in giro ci sarebbero solo amebe primordiali che non hanno mai avuto la necessità di evolversi per sopravvivere (ancora torna questo discorso evoluzionistico già affrontato nel paragrafo senso della vita e obbiettivi).
Mi piace anche pensare che la morte sia solo una forma drastica di cambiamento (la sostituzione di qualcosa con qualcos'altro, principio di trasformazione del tutto) se tutto restasse invariato che gusto ci sarebbe? Quanto potrebbe diventare noiosa l'esistenza?
L'unica fregatura, come già dicevo all'inizio, è per i vivi che perdono qualcosa in maniera generalmente improvvisa e indesiderata arrivando a provare quel senso di instabilità già accennato nel capitolo precedente.
Un ultimo punto da affrontare è quello del dopo morte per il morto.
In proposito mi piace il concetto buddistico che il girino, per via dell'enorme diversità delle leggi che regolano ambiente acquatico e terrestre, non riesce a concepire il mondo fuori dall'acqua finchè, da rana, non può visitarlo.
Allo stesso modo, sull'aldilà, rispondo non so, prima o poi si vedrà, inutile fasciarsi la testa prima di rompersela.
Rapporto con gli altri
Finora ho spesso detto che ognuno è libero di pensarla come vuole purchè vada bene a lui, o che ognuno deve vivere la propria vita come preferisce purchè vada bene a lui ecc.
In tutti questi discorsi ci siamo dimenticati del fatto che oltre a noi stessi esitono anche gli altri, cosa si può fare quando la mia felicità e i miei interessi cozzano su quelli degli altri?
Il lato oscuro in proposito è spietato ma questo è il lato buono e come tale farà alcune osservazioni.
Innanzi tutto la necessità degli altri: è nella nostra natura vivere circondati da esseri della nostra stessa specie.
Al di là della mera necessità che vivendo in gruppo si aumentano le possibilità di sopravvivenza, le persone cercano sempre, anche solo inconsciamente, altri simili con cui interagire (il successo delle chat ne è un esempio).
Ad avvalorare ulteriromente questa tesi basta pensare a chi vive forzatamente isolato: o impazzisce o sostituisce le persone con esseri naturali o divini con cui dialoga (se poi questa non è pazzia dipende dai punti di vista).
Vivere con gli altri è perciò istintivo e riuscire ad appagare questo istinto ci provoca piacere, varrà allora qualche sacrificio essere felici stando con gli altri?
Ecco allora giustificato il limitare la nostra felicità individuale per una collettiva; in realtà non stiamo facendo delle rinunce vane ma solo dei piccoli sacrifici per avere altre soddisfazioni.
In proposito ben venga chi ama il volontariato o altre mansioni umanitarie, se ci sono persone che provano grande soddisfazione nel dedicarsi agli altri lo facciano.
Non si giudichi però cattivo o inferiore o egoista chi tali opere non vuole fare, semplicemente siamo diversi e alcuni non provano soddisfazione nell'aiutare gli altri.
C'è da chiedersi, piuttosto, quanti, tra quelli nelle missioni umanitarie, provino principalmente piacere non nel fare ma nel sentirsi migliori degli altri per aver fatto (anche su questo, se però a loro va bene così...).
Le leggi
Le leggi che ci vengono imposte possono provenire dal nostro buon senso, dal buon senso collettivo o dalle istituzioni.
Prima di tutto ritengo correto applicare l'idea: mai fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.
Ciò però con le dovute mediazioni e ricordandosi che non tutti chiedono e vogliono le stesse cose.
Per assurdo, se io bramassi la mia morte, ciò non vuol dire che possa uccidere gli altri.
Per risolvere questo problema occore conoscere e seguire in qualche misura il buon senso collettivo in ogni occasione in cui ci accorgiamo che il nostro buon senso non è sufficiente.
Se poi il buon senso collettivo non ci garba c'è da chiedersi chi stia sbagliando.
Non bisogna poi dimenticare le leggi di qualunque istituzione.
Sarebbe sciocco pensare che tutte le leggi delle istituzioni siano sacre e intoccabili (gli uomini le hanno fatte e gli uomini possono sbagliare). Oltretutto le stesse leggi cambiano col tempo per adattarsi a nuove situazioni. Noi però dobbiamo sforzarci di seguirle nella speranza che siano state fatte per il nostro bene
Ci sono poi dei principi più generali che ritengo si debbano seguire quando sono faccia a faccia con leggi che non mi piacciono.
Se sono in casa d'altri ritengo categorico seguire le regole di chi mi ospita (se non sono d'accordo è giusto andarmene da lì).
Se invece sono le leggi di casa mia che cozzano con le mie idee ho il dovere di chiedermi perchè tali regole esistono, chi le ha stabilite e quindi rivalutare se non è il caso di seguirle.
Se ancora le trovassi ingiuste e non potessi fare nulla di lecito per cambiarle, dovrei chiedermi cosa farebbe la mia felicità: fare le spalle larghe e seguire la legge? Andarmene? Trovare una scappatoia? Infrangere la legge?
Se la mia scelta fosse infrangerla dovrei essere preparato a subire le conseguenze del mio gesto e accettare poi l'eventuale punizione. Solo in quel caso forse potrei essere in pace con la mia coscienza (sempre che ne abbia una).
Agire però ingiustamente di fronte ad una situazione ingiusta lo trovo sbagliato e prima causa del marciume che si dice affligga tanto la nostra società.
Io personalmente preferisco scontrarmi con l'ingiustizia coi metodi giusti e rimettendoci piuttosto che prendermi qualche soddisfazione o rivincita scorrettamente.
E le persone oneste come devono cosiderare i disonesti? Ritengo necessario capire il contesto e le motivazioni del colpevole ma ritengo doverosa l'applicazione inflessibile della legge qual'ora il colpevole avesse avuto altre scelte oltre a quella di commettere il reato.
Riguardo poi a chi ha scontato le proprie colpe considero inevitabile guardarli con una certa diffidenza ma, appurato che non c'è più il contesto o lo stato d'animo per commettere l'infrazione, l'ex delinquente ha tutti i diritti di essere trattato come gli altri.
Sentimenti negativi
I sentimenti negativi sono una cosa con cui, ancora una volta, ognuno di noi deve fare i conti.
Ma sono poi così negativi come si dipingono?
In quanto parte di noi, reprimerli del tutto è fondamentalmente sbagliato perchè ci provoca solo insoddisfazione e sofferenza.
Anche lasciarli a briglia sciolta non è corretto perchè finiremmo per calpestare gli altri ed isolarci cosa che, inevitabilmente, è fonte di frustrazione (vedi paragrafo rapporto con altri) o di grane legali.
La mia idea è allora che, moderati dalla ragione, invidia, competitività, amor proprio, lussuria, bramosia di avere, rabbia e dolore possano essere utilizzati a nostro vantaggio.
Invidia e competitività possono infatti spingerci a migliorarci; l'amor proprio ci difende dai sopprusi esterni; lussuria e bramosia di avere possono "pepare" la nostra vita; la rabbia ci fa reagire in maniera energica; il dolore ci fa riflettere.
E' anche vero che invidia e competitività ci possono rendere scioccamente insoddiafatti di ciò che abbiamo; l'amor proprio ci allontana dagli altri; lussuria e bramosia di avere ci possono far perdere la testa; la rabbia può farci fare cose di cui ci pentiamo; il dolore ci può condurre alla depressione.
Stando perciò attenti, dobbiamo essere in grado di manipolare questi sentimenti per usarli nella maniera più vantaggiosa.
Non è una cosa che ovviamente si riesca a fare dall'oggi al domani e comunque un improvvisa instabilità può farci perdere il controllo su questi insidiosi alleati.
Non risulta quindi sbagliato chiedere consiglio e farci aiutare da persone di cui ci fidiamo e che ci possano appoggiare nella lotta a noi stessi quando gli scontri si fanno più agguerriti e si vacilla.
Passioni e manie
Avere una passione è generalmente visto come negativo o positivo a seconda di ciò che ci attrae.
Ad esempio la passione per la pittura che ci porta a realizzare dei capolavori è ben vista mentre la passione per i fumetti è considerata improduttiva e tendente alla maniacalità.
Per me qualunque passione ha diritto di esistere se porta la felicità dell'appassionato e non arreca danni agli altri.
Quando però la passione diventa mania...
La mania è sbagliata in quanto porta chi la segue a ignorare il resto.
Oltre quindi a rischiare di allontanarci dagli altri, finiamo per fare un torto a noi stessi in quanto la vocina che ci spinge a seguire la mania copre tutte le altre.
La cosa lì per lì non è un problema ma quando la mania svanisce per un qualunque motivo? Ci ritroviamo allora con tutti gli altri desideri di noi stessi insoddisfatti e la frustrazone derivante può essere enorme.
Sarebbe poi presuntuoso pensare che la mania ci accompagni per tutta la vita, come detto nel paragrafo senso della vita alcuni cambiamenti improvvisi possono sconvolgere i nostri valori e a maggior ragioni le manie.
La cosa peggiore è infatti svegliarsi un giorno osservando che tutti gli sforzi fatti per seguire una mania potevano invece essere dedicati a intenti più nobili (non ultimo rivolgersi maggiormente alle persone che ci amano e che la nostra mania ha allontanato).
Ma come nasce una mania? Quando una passione assume connotati negativi?
Personalmente credo sia un'operazione quasi istintiva per mascherare delle insoddisfazioni che non riusciamo in nessun modo a placare (il discorso della vocina che copre le altre è più che mai valido).
La soluzione escogitata dal singolo individuo è abbastanza astuta (in fondo potremmo non svegliarci mai dalla mania) ma ritengo migliore cercare appoggi nelle altre persone.